Il premio Onofri consegnato ad Arbasino e Buffa
Fano: “Io ho visto, un premio pensando al futuro”

Cerimonia di consegna del XIV premio Sandro Onofri per il reportage narrativo lunedì 16 dicembre, alla Casa delle letterature.
La giuria, composta da Nicola Fano, Maria Ida Gaeta, Filippo La Porta, Antonio Pascale e Vito Teti ha assegnato all’unanimità a Pier Vittorio Buffa e Io ho visto (Nutrimenti, 2013) il premio all’autore e al libro dell’anno 2013.

Gli altri due finalisti, a cui è andata la menzione speciale della giuria, sono stati Sergio Nazzaro con Castel Volturno – Reportage sulla mafia africana (Einaudi) e Marco Albino Ferrari con La via del lupo – Nella natura selvaggia dall’Appennino alle Alpi, (Laterza).

Ad Alberto Arbasino è stato conferito il premio alla carriera 2013.

La cerimonia è stata condotta da Maria Ida Gaeta, i premi sono stati consegnati dall’assessore Assessore alla Cultura, Creatività e Promozione Artistica del Comune di Roma, Flavia Barca.

Nicola Fano ha letto le motivazioni del premio a Io ho visto. Eccole:

Adesso vi leggo una frase, una brevissima frase, contenuta nell’introduzione del libro che abbiamo premiato: una dichiarazione di poetica. Ma anche un progetto politico.

«Ricostruire una memoria condivisa che passi attraverso l’esatta attribuzione delle responsabilità, positive o negative».

Sono tredici parole: sei delle quali (quasi la metà) sono parolacce. Improperi, zeppe nel motore della cronaca felice (o infelice, non è questo che conta) della nostra società che si occupa solo di accumulo, di audience, di vendibilità.

Ve le elenco e ve le spiego, le sei parole incriminate:

1) ricostruire. Sarebbe a dire che qualcosa è stato distrutto. Dal ventennio fascista l’Italia ne uscì perché una minoranza riuscì a convincere la maggioranza che il Paese, l’Italia, era da ricostruire. Ma ora, chi dice, apertamente, che l’Italia è distrutta e servono tutte le forze disponibili per ricostruirla? Nessuno lo dice: si teme di offendere la suscettibilità dei distruttori, o quella di chi specula sulle rovine.

2 e 3) memoria condivisa. Sarebbe a dire qualcosa che non c’è. Non c’è memoria condivisa perché non c’è memoria. Qualcuno, scientemente o per pura idiozia, ha combattuto la memoria, l’ha distrutta sostenendo che fosse “di parte”, che fosse un obiettivo politico da abbattere e non il fondamento di un’identità all’interno della quale garantire pari diritti e pari opportunità. Sennonché una memoria condivisa ora on solo è impossibile, ma per molti è un obbrobrio, un “crimine contro l’umanità” come ieri l’altro ha detto un leader politico ignorando perfino il senso delle parole crimine e umanità.

4) Esatta. Dire ciò che è esatto e ciò che non lo è significa esercitare lo spirito critico. Avere un’idea, insomma. Se non fosse che l’esercizio critico, oggi come oggi, distrae dal buon commercio, dal profitto. Se ci si trova ad analizzare secondo un qualunque senso critico la realtà, sicuramente viene fuori qualcuno a dire: «Fatti gli affari tuoi! Chi sei tu, per giudicare?» Esatto! Competenza, esperienza, sapienza (fatemi usare quest’ulteriore parolaccia): parole fuori corso. Che portano alle due parole successive…

5 e 6) attribuzione delle responsabilità. Come se ci fosse qualcuno, oggi, che si prende la responsabilità di ciò che dice. Di ciò che racconta, di ciò che pensa e crede. Nessuno. La responsabilità è pericolosa. È sovversiva.

Pier Vittorio Buffa, noncurante del corso delle cose ha raccolto le storie di chi ha vissuto la responsabilità (altrui) su di sé e l’ha trasformata in memoria condivisa usando gli strumenti del reportage letterario. Una cosa a metà strada tra la letteratura e il giornalismo: un modo per guardare la realtà. Con la consapevolezza che la presentazione del punto di vista di chi la storia l’ha vissuta è il solo modo, quello “esatto” per ricostruire il passato, prima che la parola passi agli storici.

Ammesso che sia possibile applicare gli strumenti della storiografia a un pezzo di memoria che alcuni da vent’anni usano come una clava politica contro i loro avversari di partito.

E allora: trenta storie di chi ha subito il nazismo, trenta fotografie, sessanta occhi che ricostruiscono insieme una memoria condivisa. Una generazione di italiani umiliati che però ancora oggi sente il bisogno di parlare per dire quelle che, esattamente, sono state le responsabilità nell’annullamento della nostra identità comune. Ecco: tutto questo noi abbiamo premiato.

Lo abbiamo fatto guardando al passato, ma pensando al futuro. Soprattutto al futuro.

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da sinistra: Filippo La Porta, Pier Vittorio Buffa, Alberto Arbasino, Maria Ida Gaeta e Antonio Pascale
IMG_1547 Nicola Fano, in primo piano, legge le motivazioni del premio a Io ho visto
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Pier Vittorio Buffa interviene dopo la premiazione

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